Inaccettabile ingratitudine

18451426_10154619887091864_4709219070237993842_oL’affermazione di Serracchiani è merda pura, ma quello che mi turba di più sono i commenti in cui, fatti i soliti distinguo,  ci si dichiara d’accordo con lei. Per “commenti” intendo quelli che articolano un ragionamento, la bava merdosa di fascisti e leghisti non la calcolo.

Le ragioni del mio turbamento sono varie: razzismo, maschilismo,  sciovinismo, carenza etica. Mi spiego meglio.

Più inaccettabile.

Se io definisco qualcosa “più X”, la parola “più” significa che c’è qualcos’altro che , pur essendo “X”, è “meno X” della prima cosa. Se dico (ad esempio) che Caravaggio è “più bravo”, significa che lo è a confronto di qualche altro pittore. Quindi quest’altro pittore sarà necessariamente “meno bravo” di Caravaggio. Altrimenti “più bravo” di chi?

Quindi l’affermazione di Serracchiani, in sintesi, può essere espressa così:

stupro commesso da un profugo stupro commesso da un non-profugo
più inaccettabile meno inaccettabile

Guardando la definizione di “accettabile” (“che si può accettare“) e risolvendo la doppia negazione, il risultato è:

stupro commesso da un profugo stupro commesso da un non-profugo
si può accettare meno si può accettare di più

A questo punto vorrei che qualcuno mi spiegasse in quali circostanze si può accettare uno stupro. Perché a me le uniche “ragioni” che vengono in mente sono quelle del più lurido maschilismo: “in realtà ci stava”, “se l’è cercata”, “era vestita così”, etc. Aiutatemi, perché forse sono io che non vedo.

Forte col debole

Le circostanze che possono rendere “meno accettabile” un delitto sono quelle in cui l’autore è in una posizione di forza o di potere rispetto alla vittima.  Ad esempio la violenza domestica, la violenza poliziesca, la violenza di un padrone su un dipendente, la violenza su una minoranza discriminata.

Qualcuno pensa che un profugo sia in una posizione di forza o di potere?

Paradossalmente quindi, secondo la scala delirante di “accettabilità” di Serracchiani, lo stupro del profugo dovrebbe essere anzi “più accettabile”, dato che l’autore è in una posizione più debole rispetto alla vittima. Questi sono i risultati del non-pensiero alla base di certe affermazioni stronze.

Bella riconoscenza!

Quello che in realtà emerge dai commenti, è il concetto che il profugo dimostri “ingratitudine”. Come se, essendo stato soccorso e accolto, fosse in obbligo di comportarsi “meglio”.

Questo è la variazione moderna di una narrazione tossica molto vecchia sull’immigrazione. In questa narrazione, i profughi (e in generale tutti i migranti) devono essere soccorsi e accolti per “bontà”, perché noi, in quanto esseri umani, non possiamo non aiutare altri esseri umani in difficoltà o in pericolo.

È vero, ma non è tutto qui. Se ci limitiamo a questo in realtà rimuoviamo la parte peggiore (e più sgradevole per noi) del problema: siamo NOI la causa delle difficoltà e dei pericoli da cui profughi e migranti fuggono.

A chi si deve se dura l’oppressione? A noi.

Profughi e migranti fuggono da condizioni economiche causate dal nostro sfruttamento dei loro territori, da guerre finanziate (quando addirittura non combattute) da noi, da dittatori che non sono altro che fantocci dei nostri governi, da terroristi che non sono altro che bracci armati non ufficiali della nostra politica estera.

Ogni volta che cambiamo un telefono o un’auto che ancora funzionano, che bruciamo benzina senza necessità, che compriamo merci senza attenzione, creiamo fame, guerra, tirannia in Africa, in Asia, in America. Ma non è tutto.

Il sistema che produce questa fame, guerra, oppressione non è qualcosa di altro da noi. È qualcosa in cui noi siamo dentro con tutte le scarpe, a cui siamo tutti perfettamente organici (anche senza cellulare, andando a piedi, comprando con attenzione).

Anche chi lotta per cambiare il sistema, anche chi soccorre e aiuta volontariamente i profughi. Si può essere collusi o critici, organici o antagonisti, menefreghisti o impegnati, ma comunque, finché il sistema non cambia, ci stiamo dentro tutti.

A chi si deve, se verrà spezzata? Sempre a noi.

Grato di che?

Io contesto il concetto stesso di “gratitudine”. Lo ritengo tipico di una certa sinistra superficiale che si guarda bene da fare critica di struttura, sguazzando alla fine in un pantano mieloso di buoni sentimenti verso “gli ultimi”, “i deboli” e “gli oppressi”.

L'”ingratitudine” che rimproveriamo al famoso profugo stupratore non è altro che lo specchio della nostra cattiva coscienza. Quasi dovremmo essere noi grati al profugo che ci dà l’opportunità di gestire la nostra alienazione da privilegiati infelici dandogli uno sbocco positivo e effettivamente utile. E non parlo solo dei volontari, ma di tutti noi. Dovremmo essere grati perché la sua fuga, la sua migrazione, non sono altro che una forma di lotta, una prassi che fa emergere le contraddizioni del sistema e ce le mette davanti alla faccia, che esprime la contraddizione organica di un sistema basato sullo sfruttamento.

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